Un caso, a tutti noto senza bisogno di farne il nome, ha avuto le prime pagine dei giornali.
Si parla (si è parlato e scritto tanto, troppo !) di eutanasia, di omicidio, di testamento biologico.
Nella sostanza una vita in difficoltà verrà spenta (forse) per un tratto di penna di alcuni magistrati.
In Italia è vietata l'eutanasia e non vi è una legge sul testamento biologico se non una vecchia norma che chiedeva - con tanto di tesserino - a tutti noi se eravamo disponibili o meno a donare gli organi.
Personalmente, non fidandomi di chi dovrebbe certificare la mia morte e magari aspettava con ansia un donatore, porto in tasca quel tesserino con barrato ben chiaro "no".
Per lo stesso motivo non mi fido delle interpretazioni di eventuali norme su eutanasia o testamento biologico che possano portare allo spegnimento di macchine che mi tengono in vita.
Tantomeno ritengo che i magistrati possano e debbano interpretare a modo loro le leggi per far entrare surrettiziamente l'eutanasia nel nostro diritto.
Il compito dei medici è salvare le vite, non sopprimerle, nè aiutare chi vuole suicidarsi.
Non capisco tutti coloro che spingono, quasi compiacendosi, per introdurre il suicidio legalizzato (magari per mano altrui) nel nostro ordinamento.
Mi sembra un altro aspetto di una decadenza che assume velocità sempre maggiore.
Io credo ad una soluzione semplice e chiara: no alla morte di un innocente (per i criminali, invece, la pena di morte è un atto di giustizia a tutela della comunità civile) in modo diretto (eutanasia) o indiretto (mancata prestazione di cure o utilizzo di strumenti che tengano in vita la persona.
Sì alla soimministrazione di tutto ciò che è necessario per impedire anche la più piccola sofferenza di un malato.
Domani potrebbe sempre essere scoperta la cura per una malattia che oggi sempra inguaribile: perchè rischiare di non vedere quel giorno ?
sabato, novembre 15, 2008
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